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Sensi di colpa: 5 regole per liberarsene

 

I sensi di colpa derivano dall’aver tradito i nostri codici di comportamento interni. Buona parte di questi codici di comportamento, di norma, viene appresa e assorbita nel corso della nostra infanzia.

Il termine “colpa” deriva dal greco e significa mancare il bersaglio, fare ciò che non si voleva.

Sperimentato da persone sensibili e responsabili, è un meccanismo della coscienza che segnala un disagio e ci rimprovera quando facciamo qualcosa che infrange il nostro codice morale, perseguitandoci fino a quando non ci attiviamo per rimediare con un gesto riparatore. 

 

Il senso di colpa non nasce in noi come qualcosa di insano: quando è sviluppato in modo normale, rappresenta un fattore evolutivo importante, poiché rende possibile il senso di responsabilità e partecipa alla costruzione dell’etica personale. Quando diventa eccessivo costituisce un elemento di blocco emotivo molto doloroso.

La prima cosa da fare per poter tenere sotto controllo le emozioni spiacevoli derivate dal senso di colpa (che spesso sono diverse: rabbia, frustrazione, preoccupazione, tristezza, disperazione) è conoscerlo.

 

Quando nasce il senso di colpa?

Il senso di colpa, viene inculcato, dall’educazione che avviene attraverso l’interazione sociale (famiglia, scuola, religione, società).

 

Da bambini ci dicono che non si devono commettere errori, tutto ciò avviene spesso attraverso le punizioni, che condizionano la nostra mente giovane e ci “insegnano” cosa è giusto e cosa è sbagliato nella logica di chi interagisce con noi.

L’effetto collaterale che si presenta è decisamente pericoloso: nasce in noi una nuova sensazione, che prende il nome di senso di colpa. Ricordate? Frasi tipo: “mangia tutto, perché ci sono bambini che non hanno nulla da mangiare…”, “comportati bene con tuo fratello, se si fa male è colpa tua”, “hai preso un voto negativo, è tutta colpa tua!”

 

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Esistono due tipologie di senso di colpa:

 

📌Il senso di colpa che deriva dal moralismo.

 

È un sentimento strettamente correlato ai messaggi inconsci ricevuti durante il corso della nostra vita, sin da piccolissimi, di cui non possiamo essere pienamente consapevoli, ovvero da tutta quella serie di norme (divieti ed ordini) interiorizzate in maniera molto rigida.

Infrangere i comandamenti del nostro “giudice interiore” ci ricollega a un giudizio negativo su di noi, che non arriva solo dagli altri, ma ancor prima da noi stessi.

Questa tipologia di senso colpa fa eco alla nostra memoria – un tempo ti sei sentito di non meritare più l’amore della mamma per aver disubbidito alle regole di casa o per non aver rispettato un ordine preciso – avvertendoci “sei colpevole per questo verrai condannato e punito” oppure “non sei degno dell’approvazione altrui”.

Questo tipo di sentimento porta a reprimere noi stessi, i nostri bisogni ed il nostro progetto di vita.

👉 La maggior parte delle persone che si sentono “colpevoli” soffrono, in qualche modo, la paura dell’abbandono, il timore di perdere un amore o l’approvazione degli altri.

Spesso il vuoto interiore derivante da questo tipo di senso di colpa sfocia nel “Binge Eating”, ovvero episodi ricorrenti di abbuffate, accompagnati da una sensazione di perdita del controllo.

📌 Il senso di colpa nella sua accezione positiva.

 

Sentimento che proviene dal nostro interno e ci dice “non vai bene, sei fuori strada”, ci fa sentire insoddisfatti e inadeguati perché non stiamo realizzando le nostre potenzialità. Questo senso di colpa guidandoci verso la consapevolezza può esser sfruttato a nostro vantaggio.

 

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Ecco alcuni suggerimenti utili per ridurre e eliminare il senso di colpa:

 

  • Accettazione e perdono. Dobbiamo sforzarci di accettare il fatto che, in alcune particolari circostanze psicologiche o fisiche (rabbia, ansia, tristezza, mancanza di lucidità, ecc.) non possiamo dare il nostro meglio e questo è assolutamente normale. Il perdono dipende sempre da una piena e compassionevole comprensione di sé.

 

  • Sbagliando s’impara. Con il “senno di poi” molti errori si eviterebbero, questo è vero, ma, ahimè, il senno di poi non esiste nella realtà; impariamo piuttosto da quell’errore facendone tesoro per il futuro.

 

  • Non siamo responsabili della vita degli altri.Un esempio potrebbe essere quello di rifiutare, per motivi improrogabili, un appuntamento un amico che si sente giù. Il giorno dopo scopriamo che il nostro amico ha preso una sbronza e si è messo in auto provocando un incidente. È normale sentirsi in colpa e rimproverarsi per non essergli stato vicino, ed è certamente difficile allontanare il pensiero che se fossimo stati con lui avremmo potuto prevenire l’incidente. In questo modo, però, non siamo realistici, le azioni altrui non sono una nostra responsabilità.

 

  • “Il sopravvissuto” questo senso di colpa è uno stato d’animo molto noto e studiato; tutti noi siamo tendenzialmente inclini a sperimentarlo quando qualcuno che ci è vicino non sopravvive ad una tragedia – terremoti, incidenti stradali ecc… – mentre noi si. In queste situazioni è davvero importante riflettere sul fatto che a decidere chi debba perdere la vita in una tragedia è in larga parte il caso e noi non abbiamo nessuna responsabilità nell’essere dei superstiti. Permettiamo a noi stessi di focalizzarci sui sentimenti di dolore per l’accettazione della perdita e sulla gratitudine perché siamo vivi.

 

  • Standard eccessivi. La nostra famiglia ci ha incoraggiati ad adottare regole per essere individui perfetti, che nella realtà sono poco realistici e poco rispettosi di ciò che siamo e dei limiti umani che, come tutti, anche noi abbiamo.Essere meno in ansia rispetto alla possibilità di sbagliare ci lascia più risorse e più energie per concentrarci sulle cose da fare, il risultato è di fare meglio.

 

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La ricerca ossessiva della perfezione è una condizione che ci predispone a una bassa autostima, uno dei rischi è quello ammalarci di depressione.

 

Se l’accettazione di noi stessi, così come siamo, che ci si augura sia incondizionata, è quasi assente ogni volta che riteniamo di commettere un errore o se qualcosa va storto, allora è il caso di chiedere aiuto a un professionista.

 

Di: Dott.ssa M Tiziana Milazzo

Psicologa Clinica – Esp. In Neuropsicologia- Psicoterapeuta Team Recta

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